Imprenditrici (nonostante tutto)

La parità è un mito incompiuto. A livello teorico tutti la riteniamo giusta, assicuriamo – a parole – che le gli uomini e le donne saranno trattati in modo uniforme, avranno le stesse opportunità. O almeno questa è la promessa: siamo tutti uguali.

Nei fatti però non è così. Sin dai primi anni di vita il percorso è costellato di differenze: insegniamo alle ragazze a “fare le brave”, che da “maschiacci” non saranno desiderabili e un partner è necessario per essere felici. Le convinciamo che essere scelte da un uomo è un privilegio, che il matrimonio sarà il giorno più bello della loro vita, ricordiamo loro costantemente di emanciparsi, ma che saranno realizzate davvero solo con una famiglia e che, in nome di questo obiettivo superiore, tutto sarà sacrificabile.

Ma agli uomini non diciamo le stesse cose. Insegniamo anzi che le donne vogliono ingabbiarli, che il matrimonio è una prigione, che bastano a se stessi e che saranno dei gran fighi se otterranno potere, una buona posizione economica, se saranno i primi.

Ci stupiamo poi se, una volta adulti, gli uomini diventano coraggiosi imprenditori e le donne cercano il posto fisso e non sfruttano i meccanismi di cooptazione maschile per fare carriera: con la “scusa” dei figli non si fermano in ufficio fino a tardi, non si bevono la birretta del giovedì… insomma, sarebbero loro stesse a escludersi dal network dei leader.

Le donne si trovano quindi a vivere un conflitto: desiderano e temono al tempo stesso la maternità, la pospongono o la negano per paura di scendere dal treno della soddisfazione professionale, nel timore di perdere identità sociale, autonomia, valore, libertà. E allo stesso tempo si struggono al pensiero di non viverla.

È una pressione enorme sulle loro spalle, devono riuscire a conciliare tutto e, persino se il partner non si occuperà della casa o dei figli, si sentiranno dire che è colpa loro, perché non sanno coinvolgerlo.

Non è un caso che le donne attorno ai 30 anni abbiano quasi il doppio delle possibilità di soffrire di attacchi di ansia, rispetto ai coetanei. Il rischio di fallire, se le aspettative sono irrealizzabili, è più che altro una certezza e ovviamente fa paura.

Eliana Salvi si trova proprio in questa empasse: è una donna indipendente che oggi ha una professione di rilievo nel settore digitale. Giovanissima aveva creato una start-up che per diversi anni è andata bene e poi, come può capitare, non ha economicamente funzionato più e l’ha dovuta mettere da parte.

Il lutto per quel progetto è stato un colpo duro, perché nessuno le aveva insegnato che il fallimento non è un’onta, che dal fallimento si impara e si riparte. E anche lei, come molte donne, è vittima del mito della perfezione e si trova oggi a fare i conti con l’odi et amo per la maternità.

Vorrebbe tornare a fare imprenditoria a tempo pieno per costruire l’azienda che sogna e allo stesso tempo desidera essere madre. Nell’affrontare queste decisioni sulla propria vita, si è resa conto di temere di non poter fare entrambe le cose, di sentirsi a un bivio, e che la sua paura nasce dall’assenza di modelli positivi, da un senso di responsabilità sproporzionato, dal timore del fallimento.

Ha scelto quindi di cercarli, i modelli che le servivano, e per farlo è andata a caccia di unicorni: 15 donne imprenditrici che non hanno dovuto rinunciare alla famiglia per avere una vita professionale gratificante.
Le ha intervistate e ne ha fatto un libro “Donne, mamme, imprenditrici”.

Racconta che la ricerca è stata faticosa perché, volendo escludere chi aveva ereditato l’azienda di famiglia, le self made women, con cui si sarebbe identificata, sono purtroppo pochissime. Da qui la scelta di definirle “unicorni”: nel nostro paese solo 1 impresa su 5 è guidata da una donna e di queste solo una piccola minoranza è madre, perché ancora troppo spesso, per le donne italiane, “carriera” significa rinuncia al Femminile.

“Noi donne dobbiamo essere madri, mogli, lavoratrici perfettee non rientrare nello stereotipo viene percepito come un fallimento. Col tempo ho capito che sono io a definire i miei fallimentie che le mie reazioni definiscono quello che sono.”

SIVIA WANG

La condizione di genitore non dovrebbe avere a che fare con la soddisfazione professionale (a nessun uomo si chiederebbe mai “Come hai potuto conciliare la tua carriera con la paternità?”) ma la fotografia della realtà è che purtroppo, per le donne, non è poi così ovvio. Lo dimostrano anche i titoli di questi giorni, che presentano la mancata riapertura delle scuole come un “problema delle mamme”, i padri non sono coinvolti dall’opinione pubblica.

Il carico da 90 lo mette poi l’educazione: le donne sono poco incoraggiate a rischiare sin da piccole, si insiste così tanto sul valore della modestia che quando poi riescono in qualcosa soffrono della sindrome dell’impostore, come racconta in una delle interviste del libro l’imprenditrice Valentina Piccirillo. Sentono di dover sempre giustificare i propri successi come qualcosa di esterno, altrimenti sarebbero “arroganti” e faticano a tenere alta l’autostima.

Il libro nasce quindi da un’analisi consapevole del panorama italiano e con uno scopo preciso, in primis personale, e cioè individuare le caratteristiche che hanno reso quelle esperienze positive per trarne una lezione e costruire un percorso sano intimo, da madre, e pubblico, da imprenditrice..

Nelle interviste raccolte, Eliana Salvi fa un’analisi puntuale, individua le competenze umane, ma anche i requisiti professionali, il modello da adottare per fare impresa in modo sostenibile, insomma trae da ogni storia gli ingredienti per essere imprenditrici di successo nel nostro paese, nonostante la maternità.

I dettagli li lasciamo alla lettura, ma ciò che questo libro fa emergere è che i capisaldi per non restare schiacciate tra il lavoro e la famiglia, i fondamentali per scegliere di fare impresa, sono la consapevolezza che sbagliare non è grave e che la conciliazione lavoro / famiglia non dipende solo dalle donne: come sottolinea Darya Majidi nel suo incontro con Eliana, è cruciale la scelta di un partner emancipato che si farà carico delle proprie responsabilità di padre, coinquilino e compagno ed è importante superare i bias cognitivi che ci fanno credere che alcune opportunità sono territorio degli uomini.

È importante insegnare alle ragazze di domani a non inseguire la perfezione, ma il coraggio, a non considerare alcune materie cose da maschi e, per dirla con Ghandi, è fondamentale che tutti, uomini e donne, si attivino per essere in prima persona il cambiamento che nel mondo del lavoro serve: per promuovere la conciliazione, nuovi modelli di imprenditoria e realizzare davvero la parità, non solo a parole.

"Donne, mamme, imprenditrici" ospita le storie di:
Ilaria Santi (Play Video Factory)
Mirna Pacchetti (InTribe), 
Nunzia De Girolamo (Passo Delle Tortore), 
Betty Pagnin (OneDay Group), 
Sara Roversi (Future Food Institute), 
Valentina Piccirillo (Communication Juice), 
Claudia Milia (Plumes), 
Darya Majidi (Daxo Group), 
Alice Siracusano (LUZ), 
Silvia Wang (ProntoPro), 
Martina Cusano (Mukako), 
Lorella Primavera (LoP Brand), 
Monica Regazzi (Homepal), 
Francesca Tonelli e Maria Elena Casadei (Vintag).

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