L’Intelligenza Artificiale impara il maschilismo

La mamma che culla il bambino, il papà al computer. ImmuniApp debutta in società proiettando un’immagine di apertura sessista e le donne si trovano ancora una volta a dover alzare la mano per ricordare quel che ormai dovrebbe essere ovvio.

Su Noialtre.it Paola Gabrielli fa notare che non è solo l’immagine scelta ad essere sessista, ma anche il nome stesso della app avrebbe potuto essere più inclusivo semplicemente optando per l’aggettivo al singolare. “Immune” sarebbe valso per tutti, uomini e donne.

Eppure le istituzioni dal 2007 sono tenute a seguire misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne.

La questione della lingua E DELLE IMMAGINI è delicata, fragile, perché spesso considerata di secondo piano, ma il modo in cui parliamo, CIò CHE OSSERVIAMO, plasma il pensiero collettivo.

I commenti online a chi fa notare questi scivoloni sono sempre orientati a sminuire: che sarà mai… E invece no, non sono solo parole, non è solo un disegno, non si tratta solo di una foto.

Ha ragione Darya Majidi quando sottolinea l’urgenza di avere donne nelle professioni scientifiche, della programmazione informatica, dell’intelligenza artificiale perché se lasciamo esclusivamente in mano agli uomini la progettazione degli strumenti del futuro questi saranno influenzati dai bias cognitivi, pregiudizi, stereotipi maschilisti che già marcano la società.

Ed ecco quindi che l’algoritmo di Google restituisce quasi esclusivamente immagini di uomini quando cerchiamo “CEO” nonostante le donne che ricorprono il ruolo di amministratore delegato siano ormai il 20% (International Business Report – Women in Business 2020 di Grant Thornton International) ed ecco che ImmuniApp ha un’immagine sessista.

Tecnologia e intelligenza artificiale sempre più entreranno nelle nostre vite. Se le donne non avranno voce, non interverranno nella progettazione delle intelligenze artificiali avremo una società sempre più tarata sul maschile: le case automobilistiche realizzeranno veicoli la cui sicurezza è progettata solo per la corporatura di un uomo medio e, per esempio, non terrà conto delle donne in gravidanza, le aziende farmaceutiche immetteranno sul mercato medicine calibrate per il fisico maschile e i motori di ricerca ci daranno sempre più risultati escludenti e carichi di pregiudizi. In futuro i sistemi gestionali di banche o selezione del personale, se basati su algoritmi influenzati dagli stereotipi di genere, potrebbero penalizzare le donne, considerandole economicamente o professionalmente meno affidabili.

Incoraggiare le donne a intraprendere carriere nei campi tradizionalmente considerati “da uomini” è fondamentale. La credenza popolare che “i maschi sono più portati” si combatte con tante piccole azioni: in famiglia con empowerment verso le proprie figlie, nipoti, sorelle che le spingano ad essere coraggiose e dedicarsi alle materie che le appassionano. A scuola e nella quotidianità con le parole, le immagini che ci circondano, anche stando attenti ai dettagli che ci impediscono di considerare ovvia la presenza delle donne in alcuni ambiti: con un’immagine in cui siamo noi quelle al computer, con un nome che rappresenti e includa anche le donne.

Nei prossimi giorni la Community Donne 4.0, che promuove il contributo femminile nel mondo dell’informatica e delle tecnologie, propone dei workshop sull’empowerment femminile. Per informazioni potete cliccare qui.

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