Segni particolari: genitorə

Recentemente ho conosciuto parecchi nuovi colleghə e ho notato che moltə si sono presentatə specificandomi il numero di figli e l’età della prole. Confrontandomi con amicə, tantə hanno confermato questa abitudine, soprattutto in ambito professionale.

I figli sono un elemento chiave, rivoluzionario per la propria vita, un punto d’orgoglio, ed è comprensibile che ne occupino il centro. È anche molto apprezzabile che, per farsi conoscere da un nuovo membro del gruppo, si scelga di raccontare qualcosa di personale, per creare un legame. Tuttavia, questo pattern così ricorrente, ha scatenato in me due riflessioni.

Per prima cosa mi sono chiesta come si sarebbe sentitə chi ha particolare sensibilità verso il tema figlə: chi non può averne o magari ne ha persə. Io stessa, che vivo la mia condizione di nullipara con serenità, al 10° caso di “sono Mario, lavoro nella finanza e ho due splendidi bambini” mi sono scoperta un po’ in imbarazzo quando, giunto il mio turno nel giro di presentazioni, ho chiuso con “… e amo leggere” oppure “… e ballo swing”, perché la mia descrizione, per quanto sincera, sottolineava una differenza rispetto al resto del gruppo, compatto.

Poi, mi sono anche chiesta perché, moltə, ritenessero che l’elemento più utile per iniziare a conoscersi, per cercare un terreno e raccontarsi, fosse l’essere genitorə e non, per esempio, una passione, uno sport praticato, un particolare sulle vacanze appena concluse… ed è da questa domanda che si è scatenata una ricerca di informazioni.

Le pressioni sociali sul tema della genitorialità sono ancora molto forti: la donna ideale è madre o desidera esserlo (o cambierà idea e lo desidererà in seguito, come spesso si sente ripetere chi dice di non volere figli). Per gli uomini, la paternità è percepita come conferma di affidabilità e, dunque, sul lavoro la famiglia diventa un elemento vincente per entrambi i sessi: sono una donna “giusta”, sono un uomo affidabile.

Il giudizio colpisce con maggior forza la popolazione femminile e diverse ricerche evidenziano che le donne che non vogliono figli sono identificate come egoiste (Changey & Dumais, 2009), persone che non piacciono ai bambini (Kelly, 2009), psicologicamente e socialmente svantaggiate (Changey & Dumais, 2009) mentre, una donna che desiderava figli ma ha sforato il proprio orologio biologico, è considerata passiva e incapace di prendere decisioni (Kelly, 2009). Questo è quanto si trova raccolto in Psicoadvisor, un portale italiano gestito da psicologi e psicoterapeuti.

Il senso di appartenenza e approvazione sociale che sembra garantire l’essere genitore, è molto forte: da un ulteriore studio statunitense (Neal, 2021) emerge che coloro che hanno o desiderano avere dei figli tendono ad essere meno cordiali nei confronti degli individui senza figli. Al contrario, chi non ha figli, durante gli esperimenti mostra lo stesso grado di cordialità verso il prossimo, a prescindere dall’avere o meno prole.

Nonostante i progressi in tema di emancipazione femminile e nonostante oggi ci siano diversi gruppi che lavorano per rompere questo vincolo sociale e di femminilità (come il movimento statunitense ChildFree o le donne italiane di Lunadigas), la società riesce a esercitare ancora una forte pressione e, sempre Psicoadvisor, riporta che molte donne senza figli adottano comportamenti protettivi, per esempio evitando riunioni di famiglia, per non essere stigmatizzate.

Lo confermano gli psicologi Amy Ruegmer e Lake Dziengel che nel 2021 hanno condotto ricerche sullo stato psicologico di donne tra i 40 e 60 anni, che avevano scelto di non avere figli. Le pressioni interiorizzate le avevano portate in modo piuttosto uniforme, a mettere in discussione la propria normalità: «cosa non va in me?», «sono davvero troppo egoista?». Non solo, sentendosi stigmatizzate soprattutto dalle altre donne, erano più portate a socializzare con gli uomini per affrontare conversazioni non incentrate sui bambini o l’essere madre.

Farsi conoscere in modo meno stereotipato potrebbe essere un modo interessante di contribuire a rompere questa pressione sociale. In fondo, di vostrə figlə, sicuramente parlerete, quando si sarà creato un legame. Ma a quel legame è bello aprirsi in un modo che metta tuttə a proprio agio.

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