Cosa succede con le atlete trans?

È corretto far competere atlete transgender con le altre donne? Il World Rugby, l’organismo di governo del rugby a 15 e a 7 nel mondo, ha recentemente proposto di escludere le atlete transessuali dalle competizioni femminili per tutelare le giocatrici che, secondo una loro indagine, rischierebbero fino al 30% in più di subire lesioni in campo.

La proposta ha riacceso la miccia di un dibattito già aperto sulle regole di inclusione per le atlete biologicamente nate maschio, che si identificano come donna (l’acronimo è MTF, Male To Female: da maschi a femmine).

La correttezza del rapporto prodotto da World Rugby e la proposta stessa sono state immediatamente criticate dalle associazioni che tutelano i diritti delle persone transessuali poiché considerate transfobiche e discriminatorie.

Perché una persona che legalmente e socialmente può essere riconosciuta come donna dovrebbe costituire un’eccezione nello sport?

La questione è ampia e controversa. In primis c’è il dibattito sulla discriminazione di persone trans che subiscono a livello sistemico esclusione, bullismo e stigma sociale. È aperta poi una discussione sui parametri che regolano la partecipazione delle persone transessuali alle competizioni sportive e si aggiunge il tema sulla tutela delle pari opportunità per le femmine, che rischierebbero di essere surclassate da atlete trans con diverse fisicità.

Per partecipare alle Olimpiadi nelle categorie femminili (regolamento Tokio 2020), le atlete MTF avrebbero dovuto seguire terapie ormonali continuative nei 12 mesi precedenti, per abbassare il proprio livello di testosterone, che implicano una variazione muscolare importante.

Alcune ex atlete, come Martina Navratilova e Sharon Davis, criticano il regolamento e lo ritengono insufficiente per tutelare le atlete femmine: a loro avviso la differenza biologica genererebbe in ogni caso un vantaggio competitivo incolmabile e, ipoteticamente, in futuro le nazionali femminili potrebbero essere popolate da sole atlete trans, fisicamente più potenti.

La ciclista transessuale Rachel McKinnon (campionessa del mondo 2018 di ciclismo su pista) ritiene invece che il vantaggio competitivo non sia diverso da quello che può avere una atleta nordeuropea alta 1.80 m su una asiatica 15 cm più bassa.

La scienza non aiuta poiché non ha una risposta univoca: chi si concentra sui parametri ormonali ritiene sufficiente che i livelli di testosterone siano allineati agli standard femminili. Ci sono anzi donne che naturalmente hanno livelli di testosterone al limite e questo non impedisce loro di partecipare a competizioni femminili.

Chi analizza la questione da un punto di vista olistico sottolinea invece che il vantaggio competitivo di chi ha avuto una pubertà maschile sia netto e non livellabile da un temporaneo abbassamento del testosterone.

L’esplosività muscolare di un maschio è dunque certamente influenzata dal livello ormonale contingente ma forse avrebbe un debito anche rispetto al contributo che gli ormoni hanno avuto nell’età dello sviluppo, influenzando la capacità cardiaca e la struttura fisica.

Certamente i record sportivi maschili sono distanti da quelli femminili e la migliore delle atlete, arriverebbe al duecentesimo posto, in una gara di corsa con i top runner maschi. Esistono donne più forti e robuste di tanti uomini, ma il discorso deve essere affrontato in termini di principio per definire un regolamento e non ha senso paragonare donne allenate o sopra la media a uomini esili, non allenati. Insomma, il metro di valutazione per definire uno standard sportivo non può essere l’eccezione rispetto alla media.

È importante tenere a mente che lo sport è anche lavoro e opportunità (per esempio, negli USA è una delle maggiori fonti di borse di studio per l’università). Non si tratta solo di intrattenimento ed è giusto anche garantire pari opportunità alle femmine.

Non si può discriminare una categoria per tutelarne un’altra. E questo vale sia se il soggetto da tutelare sono le femmine, sia se sono le donne trans.

Chi difende l’esclusione delle atlete trans ricorda che i campionati sono divisi in femminili e maschili, la ratio con cui sono stati creati parte da una base biologica e non da una identità di genere (per capirci: non diciamo la nazionale delle donne, ma femminile).
Non si tratta dunque di distinguere alti/bassi, bassi o grassi ma differenze di potenziale. Se la differenza biologica fosse risibile le donne più potenti dovrebbero avere performance allineate a quelle maschili, ma in nessuna disciplina i risultati sono paragonabili.

Inoltre ribadiscono che se le terapie ormonali fossero sufficienti anche gli atleti FTM (female to male: da femmine a maschi) che assumono testosterone dovrebbero avere performance allineate a quelle maschili, ma non è così.

Qual è dunque la cosa giusta da fare?

Non è possibile liquidare la questione solo in termini biologici, perché chi viene riconosciuta come donna, ha l’aspetto di una donna e l’identità di una donna non può essere discriminata in ambiti selezionati e vanno garantiti diritti e protezione: non sarebbe giusto, per una atleta trans, far parte di una squadra maschile, condividerne lo spogliatoio o le aspettative sulle prestazioni sportive, se sotto terapia ormonale. Così come non sarebbe giusto per un atleta trans FTM che assume terapia ormonale far parte della squadra femminile oltre che per la differenza competitiva data dal testosterone, perché è ed è riconosciuta come uomo.

Allo stesso tempo si pone un concreto tema di pari opportunità: fareste boxare Tyson con una donna se assumesse ormoni per 12 mesi? E mandereste nello spogliatoio maschile Lea T?

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