Le donne escluse dalla lingua

La prima volta che ho sentito parlare di linguaggio inclusivo, anni fa, mi è sembrata un’assurdità. Ricordo di avere letto quasi con fastidio lo sfogo di una ragazza che si lamentava delle professioni declinate al maschile e di avere pensato che fosse ridicolo voler dire “Ministra”, perché l’italiano non mi sembrava discutibile e del resto non dico nemmeno “Piloto”.

L’insistenza con cui quella ragazza difendeva la propria posizione però mi aveva instillato un dubbio e sono bastate un paio di veloci letture (incluso quanto pubblicato dall’Accademia della Crusca) per capire quanto il mio pensiero fosse ingenuo e quanto lei avesse ragione.

In questi giorni poi la mancanza di linguaggio inclusivo mi è apparsa lampante.

6 medici su 10 sono donne. Le infermiere sono il 77%.

Eppure sentiamo parlare continuamente dell’importantissimo contributo di medici, infermieri, farmacisti… tutti al maschile. L’unica professione che i media sentono di dover declinare al femminile è quella delle cassiere del supermercato.

Non è la priorità del momento, capisco ed è solo un esempio. Sicuramente non è un’urgenza per le infermiere e le dottoresse (o mediche) impiegate nei reparti di terapia intensiva, ma nemmeno per le farmaciste e per tutte le altre donne che stanno lavorando nei supermercati o in qualsiasi altro reparto produttivo che ci consenta di mantenere ancora ordine, in una situazione come quella attuale, con l’epidemia che ha trasformato completamente il significato di quotidianità e normalità.

Ma in questo momento più che mai è evidente che il contributo femminile scompare, SISTEMATICAMENTE occultato dentro il genere grammaticale maschile.

La figura femminile è subalterna all’uomo, il linguaggio stereotipato la annulla nonostante, anche in questa crisi epidemiologica, le donne siano quelle in prima linea perché occupano la maggior parte delle professioni di cura e accudimento.

I titoli professionali non tengono mai conto delle donne: sindaco, chirurgo, ingegnere, architetto, rettore, magistrato… Del resto quella che conta è l’opinione dei cittadini, degli spettatori… le donne linguisticamente sono escluse.

E a chi, come me qualche anno fa, ribatte con “pilota” o “astronauta” oggi chiedo se ha mai associato di istinto queste parole a una donna. Ecco, questo è il punto.

Il modo in cui parliamo riflette il modo in cui pensiamo e, se escludiamo le donne nel linguaggio, le escludiamo dal pensiero collettivo.

Già nel 1987 la Presidenza del Consiglio dei Ministri aveva pubblicato uno studio sul sessismo nella lingua italiana, il tema è datato. Nel 2007 è stata emanata la direttiva “Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche” in cui viene raccomandato di utilizzare in tutti i documenti pubblici un linguaggio inclusivo.

La cosiddetta “società civile” fatica a riconoscere il problema, non è sensibilizzata e ogni qualvolta viene sottolineata la mancanza di inclusività la reazione è sprezzante, infastidita, il problema viene ridicolizzato e liquidato con la ragione della praticità: non posso scrivere ogni volta Ministri e Ministre.

Possiamo trovare escamotage grafici e scrivere Ministr* o iniziare a usare anche i plurali al femminile e dire solo Ministre, per esempio.

Il cambiamento parte da noi e il cambiamento arriva una parola alla volta.

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